Hai un figlio imperfetto? Per fortuna

Ho deciso di dedicare una breve riflessione al tema della perfezione, anzi, direi piuttosto all’elogio dell’imperfezione.

Parliamoci chiaro. Genitori perfetti di figli perfetti non ci piacciono. A che pro quindi cercare di raggiungere qualcosa che non piace?

Avete presente quelle conversazioni del tipo “ah il mio queste cose non le fa”, “la mia a scuola ha tutti 10”, “mio figlio alla sua età sapeva già tutti i numeri in inglese , francese e spagnolo”, “guarda, quel bambino è proprio maleducato. Il mio invece è un piccolo lord”,

E i bambini? In tutto questo i bambini sono solo “i figli di qualcuno” che li vuole intelligenti, educati, preparati, multitasking, belli e via dicendo. Insomma, una “faccenda di cui parlare e con cui confrontarsi” come a dire se prima era la borsa ora è il figlio. E poi ci sono tutti coloro che sentono il “peso” di questo confronto. I bambini in primis. E tutti quei genitori di figli imperfetti che però soffrono questa condizione e vivono cercando la risposta giusta da dare alla vicina di turno o alla mamma alla campanella.

Eppure i bambini vivono questa bellissima fetta di vita che si chiama infanzia. Ed è praticamente quasi l’unico momento della vita in cui poter essere serenamente inadeguati. Adeguati a cosa poi? Evviva un po’ di sana libertà di espressione, di personalità in costruzione. Evviva un po’ di genuina opposizione, affermazione di sè. E quell’essere unici che permette loro di saper fare una cosa oppure ancora no. Non va ancora in bicicletta? Fa cadere le cose? È vivace? Straparla?

Sedetevi un po’ li e godetevi il momento. Che poi non torna più.

Insegnare a scrivere

Quando il nostro bambino sta frequentando la scuola dell’infanzia molto probabilmente inizieremo ad avere a che fare per la prima volta con i primi apprendimenti scolastici.

Ci sono bambini che spontaneamente abbozzano il proprio nome sul foglio, alcuni come geroglifico egiziano, altri copiando le lettere da un modello preparato dall’insegnante o da noi stessi. Altri ancora non mostreranno il minimo interesse e alla sola richiesta “dai, ti va di scrivere il tuo nome” ci risponderanno con un altrettanto “dai, anche no”. E, per inciso, questa è la probabile risposta di mio figlio.

Tuttavia, sia che il desiderio parta da loro sia che si tratti di una nostra proposta, cerchiamo di vedere insieme che cosa è opportuno NON fare:

  • Non leggiamo ciò che stiamo scrivendo o che lui sta scrivendo. Scrivere nella prima fase non implica leggere. E due attività insieme potrebbero essere anche troppe.
  • Non iniziamo subito a scrivere lettere o meglio non iniziamo dal grafema o segno grafico. Con buona probabilità istintivamente siamo partiti dalla A o dalle vocali in genere o ancora dall’iniziale del suo nome. Molto meglio invece iniziare dalla forma. Cos’è la forma? Una lettera è una forma e si compone di una combinazione di linee rette e curve. Es. / + \ + – = A
  • Non componiamo subito parole di senso compiuto. Come detto sopra stiamo osservando, esercitando, sperimentando la grafomotricità e soprattutto i prerequisiti a questa ovvero: la capacità di osservare e riconoscere parti e di abbinarle per costruire una forma che assume un significato.

Cosa fare quindi?

  • Far riconoscere e sperimentare linee (orizzontale, verticale e obliqua) e curve (semicerchio e cerchio). Linee e curve costituiscono forme (il tavolo, il sole, la linea della terra, l’asse del corpo e così via)
  • Far disegnare linee e curve a terra, sul foglio e percorrerle con le dita, con i piedi …
  • Giocare con l’orientamento spaziale: ovvero riconoscere la destra e la sinistra. Nelle lettere queste piccole parti sono sempre orientate. Pensate alla differenza tra una p e una q per esempio.
  • Far disegnare le lettere ovvero il grafema come assemblaggio di parti orientate.

Queste prime attività con la scrittura potranno favorire il processo di acquisizione in qualsiasi bambino e aiutare i bambini che hanno qualche difficoltà in più.

Non dimenticate. L’apprendimento è una conseguenza. Se gioco, mi diverto e comprendo. Allora apprendo.

Come scegliere l’asilo nido

Care mamme, mi rivolgo direttamente a voi con questo articolo per parlarvi di un argomento che certamente vi sta molto a cuore.

Come sempre partiamo da me e dalla mia esperienza. Sono una mamma e una pedagogista. Praticamente la peggiore combinazione per far rabbrividire qualsiasi insegnante.

Quando il mio bambino era molto piccolo ho avuto la necessità di iscriverlo al nido. Mi sono guardata intorno e ho scelto il nido vicino a casa. Ecco. Non posso dire di essermi trovata male o che ci fosse qualcosa di evidente che non mi piacesse. Ma mi sentivo combattuta, arrabbiata in un certo senso perché per quanto io abbia considerato lodevole il lavoro svolto dalle educatrici mi rendevo conto che della vita al nido non sapevo nulla a parte “cacca, pappa e nanna”. La mia storia di vita ha fatto sì che proprio durante il secondo anno di vita del mio bambino io abbia preso in gestione un nido.

È a questo punto che ho deciso che avrei creato un servizio che potesse rispondere alle mie esigenze di mamma in primis, con il vantaggio di poter attingere alla mia formazione professionale.

Mi sono chiesta. Quali caratteristiche ritengo fondamentali per il servizio educativo da 0 a 3 anni?

Confrontando la mia esperienza con quella di una mia amica mamma ho capito che spesso i genitori tengono in grande considerazione alcune cose che sono importanti ma anche in un qualche modo più evidenti e meno in considerazione o addirittura non conoscono alcuni aspetti che io invece reputo fondamentali.

Quali sono dunque gli aspetti primari è più conosciuti:

  • Ubicazione: nei pressi della propria abitazione, lungo la via per il luogo di lavoro, accessibile ai nonni
  • Orari: flessibili e adatti alle proprie esigenze il più possibile in estensione
  • Costi: un punto che non può non essere valutato da una famiglia
  • Cucina: oggi direi che si colloca tra le primissime richieste dei genitori. Viene data una grandissima importanza alla mensa interna. Parola che di per sè non significa niente. Mensa interna può voler dire anche usare prodotti di bassa qualità o non seguire il protocollo haccp. Quindi su questo punto inviterei i genitori ad andare ben oltre alla definizione di mensa interna come sinonimo di qualità in contrapposizione alla mensa esterna. Esistono moltissime aziende che lavorano espressamente per i nidi con prodotti ottimi e con una catena di lavoro che salvaguarda la freschezza e L igiene a volte superiore alle mense interne. Non sono a favore dell’una o dell’altra quanto piuttosto ad una valutazione più consapevole. Ma di questo vi parlerò più avanti.

Ecco invece gli altri aspetti importanti che possono determinare una scelta:

  • Giardino: e per giardino intendo la presenza di erba, alberi, attività all’aria aperta, progetti esterni come L’orto e non solo la presenza di giochi.
  • Sicurezza: un capitolo scottante. Non tutte le strutture a causa di una normativa che fa acqua da tutte le parti sono soggetti a regole precise sulla sicurezza come: presenza di estintori, materiale ignifugo, piano di evacuazione, formazione del personale. Mi è inspiegabile perchè ci siano richieste e quindi oneri diversi per diversi servizi. Baby parking o simili per esempio oggi non hanno una normativa chiara di riferimento lasciando il tutto al senso di responsabilità di chi li gestisce.
  • Formazione e progetto pedagogico: l’ho lasciato alla fine anche se dovrebbe essere il primo punto di questo elenco. Io credo che per andare ad estrarre un dente si dovrebbe scegliere un buon dentista. Credo altrettanto che per portare un bambino al nido si dovrebbe scegliere una struttura gestita da professionisti dell’educazione. Formare le educatrici è compito della gestione e del coordinamento pedagogico.

Dobbiamo uscire sempre di più dall’idea di fare assistenza o intrattenimento o sorveglianza o anche solo cura. La professione educativa É molto più di questo. E il nido non è un parcheggio per bambini ma una scuola, un servizio educativo a pieno titolo.

Pre-requisiti alla letto-scrittura

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Oggi vorrei raccontarvi questo gioco che faccio spesso con il mio bambino che sta frequentando la scuola dell’infanzia. Vi premetto che il maschietto in questione è completamente disinteressato a tutto quello che è “esercizio di stile”: disegna solo per piacere, scrive uno scarabocchio convinto che sia il suo nome, ascolta molte letture, ma non vuole fare nulla se ha il minimo sospetto che si tratti di un esercizio o di una verifica di una sua prestazione.

Tuttavia come tutti i bambini, quando l’attività è presentata come un gioco, non solo si dimostra favorevole e propositivo ma fa un vero e proprio apprendimento. Insomma, in poche parole, impara spontaneamente, inconsapevolmente, senza fare fatica e divertendosi. Ed è proprio questo che dovrebbe fare una buona educazione e didattica dell’apprendimento. Fare, divertirsi e imparare senza giudizio. E chi ben comincia è a metà dell’opera. Il bambino che frequenta la scuola dell’infanzia non è certo un bambino che deve imparare a leggere e scrivere. Ma può essere un bambino che si avvicina agli apprendimenti propri della scuola primaria con grande spontaneità e che fa tutte quelle azioni che si chiamano “pre-requisiti”.

Molto spesso cadiamo nell’errore di insegnare qualcosa troppo precocemente e basando l’apprendimento solo sull’imitazione (Esempi. Copia il tuo nome su un foglio. Conta come una filastrocca… e via dicendo). Ma in questo modo il bambino ripete in modo schematico senza aver acquisito il concetto (e quindi senza un grande ragionamento di fondo). Come a dire. Arriviamo subito al punto senza attraversare la linea.

Il bambino ha bisogno invece di fare un percorso e di maturare alcune competenze definite di base che ritroverà spesso negli apprendimenti successivi e che saranno quindi più semplici e accessibili. Prima di imparare a scrivere o a leggere per esempio è molto utile che il bambino conosca:

  • le forme: le lettere sono costituite da forme (linee, orizzontali, verticali, oblique e curve, semicerchi e cerchi) orientate nello spazio
  • l’orientamento sinistra/destra
  • il suono: è il suono che viene emesso per una lettera (il suono non è il nome della lettera nell’alfabeto) ovvero il fonema. Può essere importante quindi abituare il bambino ad ascoltare il suono/fonema iniziale di una parola

Uno strumento/gioco che mi piace molto sono le lettere di legno. Il legno perchè è materico, si presta alla stimolazione del tatto. Il bambino inizia a scoprire le forme, a riconoscere quelle simili, le differenze, a scoprirle al tatto anche ad occhi chiusi. E i giochi di associazione tra la lettera, il suono e l’oggetto (nel mio caso gli animali, anche perchè ne abbiamo davvero molti)

Alla prossima puntata. Un caro saluto

Dott.ssa Giovanna

 

Figli coraggiosi

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Questa settimana ho avuto modo di riflettere molto intorno al tema del “coraggio”. La mia riflessione parte dalla scuola, passa attraverso i genitori, per finire a lanciare uno sguardo sui figli.

La scuola oggi mi spaventa molto. E’ una scuola che lascia aperti in me moltissimi dubbi. Leggendo i programmi didattici, la mission, le proposte si rivolgono in particolare ad elencare una serie di acquisizioni che il bambino dovrebbe raggiungere durante gli anni di frequenza. Questi obiettivi mi sembrano molto centrati sulla performance. Vale a dire: “formeremo i futuri produttori del domani”, bambini che sono visti già oggi come i la prossima generazione di lavoro. E via dunque a programmi di inglese, primo livello, secondo livello, seconda, terza lingua, più ore di informatica, robotica, tecnologie web e chi più ne ha più ne metta. Standard europei, voti definiti al millesimo con un punteggio che non lascia via di scampo.

I genitori. I genitori a volte mi sembrano spaventati. Leggo una mancanza di fiducia nelle istituzioni educative e forse nell’educazione stessa o anche, in se stessi. Basta fermarsi ad ascoltare le loro domande, basta leggere i commenti che si scambiano quotidianamente via chat o gli interventi durante una riunione. Al nido “Cosa mangia? E’ biologico? L’acqua è potabile? Chi è la maestra? Cosa fa? Perchè oggi non c’era? Perchè ha un graffio? E’ stato lasciato solo? Ma voi cosa fate?” Alla scuola dell’infanzia e primaria “Quale sarà il programma?  Hai sentito cosa ha fatto quel bambino all’altro? Perchè non ci informate di più, meglio, in modo diverso? Ma la maestra ha fatto, ha detto, ha portato, ha pensato…?” E così via. Anche se forse questa situazione conosce un’inversione di tendenza alla scuola superiore, quando sono gli adolescenti a tenere fuori la famiglia dalla loro vita.

I bambini? I bambini mi sembrano confusi. Gettati in un ambiente performante che tende a renderli il più possibile uguali. Mi sembrano perspicaci, veloci nell’acquisire nuove competenze, ma insicuri, fragili, paurosi, poco autonomi.

E allora perchè non pensare ad una pedagogia del coraggio? Forse serve una riflessione diversa, di tipo sociale da parte di tutti coloro che si occupano di educazione, scuola e famiglia. Provate ad immaginare il vostro bambino o la vostra bambina in una situazione di difficoltà? Di cosa avrà mai bisogno? Se non della capacità di “cavarsela da solo”, di intuizione, di perspicacia, di quel atteggiamento che ti fa vedere le cose da più angolature, di flessibilità e quindi in un’unica parola, di coraggio. Siamo noi tutti che possiamo creare questa competenza in loro.

Dott.ssa Giovanna Giacomini

PERCHE’ INSEGNARE LA GENTILEZZA AI BAMBINI

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Noi genitori spesso usiamo questa espressione “Fai il bravo”. Ma cosa significa fare il bravo? Con questa frase stiamo chiedendo ai bambini di comportarsi bene ossia di essere gentili. E’ sicuramente molto importante insegnare ai bambini “la bravura” o meglio “la gentilezza”, ma ormai dovremmo saperlo molto bene niente si può chiedere ad un bambino senza prima mostrarlo. Pensiamo ad una situazione molto semplice. Due bambini, due amici o due fratelli, litigano. Il nostro intervento probabilmente è volto ad incoraggiarli ad abbassare i toni, a non discutere, a non prevaricare sull’altro e infine a saper chiedere scusa.

Qualche giorno fa ho letto un articolo che parlava di un Dirigente Scolastico che stanco della situazione denunciava l’uso ormai improprio delle chat dei genitori territorio di guerra più che luogo virtuale di scambio. A questa posizione mi associo più che volentieri. Credo che il mezzo si possa definire un vero e proprio muro dietro al quale le persone agiscono rabbie, paure, pensieri più o meno disfunzionali. Ed è proprio qui a titolo esemplificativo che cade quello che abbiamo dello poco fa ovvero il concetto del dare l’esempio.

Ma torniamo allora alla valenza della gentilezza per la costruzione di una società educata. Oggi dove si gioca costantemente ad un braccio di ferro con chiunque, essere gentili è la rivoluzione.

  • Essere gentile ti rende più forte. Può aiutarti ad ottenere maggiori risultati da te stesso e con gli altri in team.
  • Essere gentile ti fa bene. Chi vive le cose con garbo ha dei tempi più lunghi e meno frenetici prevenendo molto spesso stress e ansia.
  • Essere gentile ti rende vincente. Avete mai provato a litigare con una persona gentile? Getterete presto la spugna.
  • Essere gentile ti rende sicuro. Le persone molto equilibrate e serene hanno un’autostima più alta e migliorano tutte le loro relazioni
  • Essere gentile è l’unico modo per prevenire il bullismo a cui a gran voce vogliamo dire BASTA

Siate gentili. Sparpagliate gentilezza.

Dott.ssa Giovanna Giacomini

La valenza pedagogica del teatro. Perchè il teatro fa bene ai bambini.

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Il Teatro offre un’occasione straordinaria per educare ad un’autentica vita emotiva. Io sono una di quelle persone che vorrebbe il Teatro come materia scolastica al pari di matematica o scienze. Le potenzialità del Teatro infatti sono infinite. Lo penso da pedagogista (e la pedagogia ha studiato molto la valenza del Teatro) che lo applica in molte sessioni di lavoro con bambini e ragazzi, lo penso da attrice amatoriale, lo penso da mamma che ha preso spunto dalle molte attività/gioco del Teatro per stare con il proprio bambino.

Il Teatro aiuta. Vediamolo insieme in particolare cosa fa:

  1. tocca la sfera fisica perché il Teatro è attività fisica, movimento, gioco, stimolazione dei cinque sensi, presa di coscienza della propria postura, dello spazio. Nel teatro si occupa uno spazio. Che è uno spazio fisico, ma è anche uno spazio psicologico, emotivo e relazionale.
  2. tocca la sfera cognitiva perché il Teatro è curiosità, scoperta, esplorazione, ricerca, invenzione e creazione, confronto tra esperienze diverse, elaborazione e ragionamento, deduzione, immaginazione e creatività, gioco, comunicazione (e qui apro una breve parentesi sulla valenza del teatro anche nello sviluppo del linguaggio e in tutte quelle situazioni problematiche come balbuzie, mutismo, insicurezza e via dicendo);
  3. tocca la sfera affettiva perché il teatro è ascolto, comprensione, affetto, fiducia, allegria, relazione e comunicazione, autonomia, espressione e creatività, sicurezza e stabilità;
  4. tocca la sfera sociale perché il teatro può e deve essere per il bambino, contatto con gli altri e relazione, partecipazione, confronto, integrazione, cooperazione, competizione, comunicazione, gioco, rispetto ed accettazione degli altri, rispetto di regole collettive, autonomia, emulazione e soprattutto, educazione.

Da questo breve elenco possiamo capire quanto il Teatro sia un’occasione importante per una crescita armoniosa. Non dobbiamo pensare al Teatro necessariamente come rappresentazione teatrale e pensare “alla recita della scuola” che nulla ha a che vedere con il Teatro. Allontaniamo questo modo di fare teatro. Sbagliato. Inutile. Frustrante. Innanzitutto il Teatro, soprattutto con i bambini, lo devono fare professionisti formatori ed educatori esperti che hanno acquisito metodi e tecniche e soprattutto non hanno l’obiettivo di mettere in scena una rappresentazione basata sulla ripetizione estenuante di frasi. Questo non è Teatro. E di conseguenza non serve a nulla se non a mostrare un prodotto confezionato e servito. Il Teatro è gioco, è vita. E’ divertente, ma anche faticoso.

Vi lascio con un’ultima riflessione. Torniamo alle radici dell’esperienza teatrale. Aristotele,nella sua Poetica, riflette sul significato della tragedia, massima espressione del grande teatro greco, ed afferma che essa produce nello spettatore due fortissime emozioni passioni (in greco c’è una parola sola, “pathos”), cioè lo spavento (“phobos”) e la pietà (“èleos”). Alla fine, però, dallo spettacolo teatrale lo spettatore ricava una purificazione di (o da) queste passioni (kàtharsis tòntoiouton pathemàton). Questa espressione non è di facile interpretazione: potrebbe significare che alla fine lo spettatore si libera da queste passioni, oppure che le può vivere in una forma diversa, purificata. Questa seconda interpretazione è più suggestiva. Se si scava nell’etimo della parola “pathos” si scopre che deriva dalla radice “path” (la stessa del latino “patior”), che significa “subire”, “essere passivi”. La passione/emozione, dunque, è quella condizione interiore che prende l’uomo e lo domina, senza che questo possa in qualche modo controllarla. Vivere in modo purificato la passione significa, però, sottrarsi alla sua signoria assoluta, diventare dunque attivi. È Aristotele stesso ad insegnarci che il pensiero è la più alta forma di attività: dunque la passione purificata è una passione permeata di pensiero, una passione che non è semplice emotività, semplice stato d’animo, ma anche riflessione e consapevolezza. A questo educa il teatro, innanzitutto, sia che lo si pratichi, sia che si assista alla rappresentazione: educa a vivere la passione non come esperienza intessuta di semplici emozioni, ma come dimensione nella quale il conoscere si fa più profondo, le cose assumono un rilievo che di solito sfugge, la condizione umana si presenta nella sua forma essenziale. Acquisire il senso della misura e dell’armonia.