In cosa consiste una diagnosi pedagogico clinica?


Quando ci si trova a dover affrontare un problema ci si chiede anche quale sia la strada da seguire. E a questo punto ci si presenta davanti un mondo di professionisti diversi ognuno con la sua specializzazione e ognuno con una sua impronta metodologica precisa. Ma per un genitore o una persona in difficoltà non è facile orientarsi tra le tante professionalità e le relative correnti di pensiero. E allora cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

Io sono un pedagogista clinico con una formazione specifica sempre in formazione nelle difficoltà di apprendimento. Ma queste stesse competenze le metto a frutto anche in tutti quei casi in cui le impostazioni metodologiche possono essere di aiuto per altre tipologie di “problema”, come lo può essere un malattia (vedi il lavoro con i pazienti con Parkinson), o disagi legati al sè, alla crescita, al cattivo rapporto con il proprio corpo e via dicendo. Perchè metodi che si basano sul riequilibrio della persona con difficoltà motorie, di propriocezione, di orientamento, lateralità, linguaggio, letto-scrittura ecc.. aiutano anche a riscoprirsi, a trovare le proprie potenzialità, agiscono sull’autostima,ecc. Tutto passa attraverso il corpo e il sè.

Cosa faccio? Innanzitutto una buona osservazione e perchè sia tale almeno qualche incontro è necessario. Già perchè come si fa a riassumere una persona in una o due ore? O decidere che un bambino ha questo o quel problema in uno o due incontri al massimo o dall’esito di un test? Già i test. Gli strumenti di indagine ci sono, sono validi, ma non possono essere esclusivi od esaustivi. Vi faccio un esempio: una mamma mi racconta di aver portato la bambina dal neuropsichiatra che dopo un incontro conoscitivo di 50 minuti e un incontro dove ha eseguito un test e una visita le ha prescritto un farmaco per disturbi dell’umore. La bambina ha assunto il farmaco per un anno con controlli per il dosaggio ogni tre mesi e senza nessun altro tipo di intervento proposto. La bambina era dislessica. Non è stata aiutata, anzi.

Io ritengo che il numero di incontri debba essere il numero NECESSARIO E SUFFICIENTE (significa che non ci può essere un numero di incontri prefissato, a volte sì ne basta uno, spesso in realtà quando non c’è nessuna difficoltà reale, altre volte tre, quattro, …). Incontri nei quali avviene che cosa? L’osservazione per raccogliere tutti i dati che sono necessari, il dialogo per costruire una relazione, gli approfondimenti diagnostici e via dicendo.

A questo punto si può realizzare una diagnosi pedagogico-clinica SCRITTA che quindi prevede:

N.B.: ho scritto “SCRITTA” perchè spessissimo vedo bambini con precedenti diagnosi riportate dai genitori perchè non hanno ricevuto alcuna documentazione!!!! FATEVI SEMPRE CONSEGNARE UNA DIAGNOSI

– una raccolta di dati – anmnesi significativa

– l’osservazione delle difficoltà e delle potenzialità attraverso:

esame psicomotorio: prevalenza motoria, coordinazione oculo-manuale, dinamismo respiratorio, tono di fondo, coordinazione dinamica generale, orientamento spaziale, percezione… ecc ecc…

L’esame psicomotorio è fondamentale e si fa sempre per qualsiasi tipo di difficoltà

lettura della relazione: disponibilità alla relazione, autostima, e tutti gli aspetti legati al sè.

approfondimenti diagnostici relativi alla difficoltà in oggetto: per esempio per la disgrafia si fa una indagine specifica

– esami specialistici qualora fossero necessari: per esempio esame ortottico per dislessia

Porre l’accento sulle potenzialità è fondamentale. Perchè mentre si lavora per aiutare a risolvere una difficoltà, in contemporanea si sollecitano le funzioni potenziali e le abilità contribuendo a creare una immagine positiva di sè e ad accrescere l’autostima alla base di ogni apprendimento duraturo.

L’intervento di aiuto prevede esperienze attive e partecipative in un clima di gioco e attraverso il movimento e il piacere. Un programma “su misura” studiato a partire dalla persona, dai suoi bisogni, dai suoi interessi. Un intervento che va spiegato a tutta la famiglia e agli agenti educativi, come la scuola. Un programma che si evolve con la persona, un programma che non è un programma.

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