Facciamo più biscotti


Prima della chiusura del lavoro per il periodo natalizio (evviva!) ho incontrato i genitori dei bambini per fare il punto della situazione,  come faccio periodicamente. Mi preoccupava in particolare la situazione di M., un bambino dell’ultimo anno della scuola primaria, vistosamente provato dall’enorme carico scolastico e non solo, evidentemente in uno stato di malessere.

M. negli ultimi tempi arrivava sempre più demotivato. Spalle basse, trascinava i piedi, lamentava spesso forti dolori alla pancia. Il tono di voce era spesso debole e anche i giochi per lui erano un peso. Si sentiva sempre stanco, assonnato, senza forze. Per i genitori e la scuola era un po’ pigro, svogliato. “Ci mette un sacco di tempo a fare i compiti, vuole sempre che io sia vicina a lui, ma quando cerco di spiegargli qualcosa, sbuffa, si lamenta, alza le spalle, si distrae e se ne va, a volte facendomi arrabbiare molto”. – dice la mamma – “Io sono lì per aiutarlo tutti i pomeriggi e lui mi risponde male o si alza”.

Vedo che M. quando si sente sotto pressione inizia a muovere i piedi. Toglie le scarpe, le muove continuamente, si strofina di continuo gli occhi, mettendo e togliendo gli occhiali. Guarda quasi sempre a terra, risponde con frasi tipo: “Bo, Non lo so, Ho sonno, Voglio andare a casa”. Quando si affronta la sua difficoltà, quando emerge nel gioco proposto, sta male. Gli viene da piangere, ma cerca quasi di trattenere le lacrime. E alla domanda “Come stai?” Risponde negando “Bene”.

M. non si sente accettato. Dalla sua famiglia in primis. Pensa di “non essere il figlio che volevano”, di “non essere abbastanza bravo”. Addirittura fantastica su una mamma cattiva di cui lui è la vittima, che lo picchia e lo accusa e che lui vorrebbe “spedire lontano”. Di essere l’unico figlio e non, come invece è nella realtà, il secondogenito, con un fratello grande, ormai adulto che lui vede come un secondo padre, che lo rimprovera di essere pigro e viziato.

E allora come fare? Questo bambino sta solo chiedendo una famiglia che lo accolga, così com’è. E allora spieghiamo alla scuola che in questo momento per questo bambino è importante stare con la propria famiglia. Imparare a separare il tempo del bambino dal tempo dello scolaro. Chiedere “tempo”. Perché M. è un bambino intelligente, ma in questo momento manifesta tutta la sua difficoltà proprio nel suo compito/dovere di scolaro.

E allora facciamo più biscotti! Il tempo a casa deve essere il tempo della famiglia: con tavole imbandite, giochi di società, addobbi e colori. Soprattutto a Natale. Come deve essere per qualsiasi bambino. Perché se la mamma fa l’insegnante, il papà l’assente e il fratello il padre, un bambino non potrà che essere confuso… e si sentirà solo. Proprio come M.

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