DSA: VERSO LA PILLOLA?


Dopo la recente legge sui DSA e l’accordo Stato-regioni, ogni regione fa propria la legge e ne stabilisce i termini di attuazione.

Come ogni legge e i suoi contenuti anche la legge sui Disturbi degli apprendimenti è fortemente condizionata da chi la fa.

Intendiamoci, sono favorevole. Favorevole al fatto che la scuola debba riconoscere le difficoltà di un bambino e predisporre adeguati piani didattici ed educativi individualizzati e attenti al rispetto delle caratteristiche peculiari dell’alunno. Che gli insegnanti debbano essere formati rispetto a tutto quello che oggi si sa sui processi di apprendimento e sulle relative difficoltà. Favorevole al fatto che ai bambini e ai ragazzi siano dati maggiori strumenti per imparare.

Non favorevole all’etichetta di “malato”. Non favorevole alla diversità contro l’integrazione scolastica. Non favorevole al dispensare senza adeguatamente stimolare in altro senso. Leggo “i bambini affetti da DSA…” e ancora “il trattamento del disturbo…”. Chiarisco i termini. Guardo nel vocabolario “affetto significa toccato, colpito da qlco. che produce un’alterazione fisica, una malattia”. Una malattia. Spalanco gli occhi.

Io sono prima di tutto una pedagogista. Mi occupo da anni di apprendimento. Conosco i disturbi dell’apprendimento e mi sono specializzata in tal senso. Nella lingua italiana disturbo significa “Intralcio al normale svolgimento di qlco.; turbamento di un ordine, di una condizione di quiete”. Mi piace la definizione che il vocabolario dà di disturbo a proposito delle telecomunicazioni “ciò che impedisce la normale ricezione dei segnali”. Perchè i bambini e i ragazzi con DSA sono dei geniali strumenti che però purtroppo hanno un funzionamento che impedisce la fluida ricezione dei segnali. C’è un disturbo, nel senso che qualcosa disturba il normale apprendimento. Non sono affetti da DSA. Sono CON DSA.

Sembrano solo parole. Eppure queste parole fanno la differenza. Per chi intorno ai DSA costruisce un mondo (libri, software e quanto altro), per chi scrive “l’equipe multidisciplinare che si occupa di DSA è formata da neuropsichiatri, psicologi, logopedisti eventualmente integrata da altri professionisti sanitari”. E si demanda anche questo fatto alla sanità, peraltro già piuttosto oberata, dimenticando completamente la pratica educativa.

E i bambini? Gli “affetti”? Loro sono quelli che portano a scuola una diagnosi, che sono “certificati” timbrati e bollati. E così si ottiene che la scuola sia costretta a prendersene cura.

Perchè, scusate, senza la diagnosi non si potevano aiutare? Non si potevano creare per loro interventi didattici personalizzati, offrire loro schemi, insegnare a fare delle mappe concettuali, dare un po’ meno compiti? E tutti gli altri? Quelli che non soddisfano i “criteri di DSA”? Magari hanno una “semplice” difficoltà. Cosa facciamo? Non possiamo dispensarsi da alcuni compiti per casa perchè sprovvisti di certificato di garanzia????? Ma dai!!!!

La pedagogia è la scienza dell’educazione che si occupa della riflessione critica e della progettazione della pratica educativa ivi compreso l’apprendimento. Questo mio articolo vuol essere una riflessione, ma anche una critica. 🙂

 

 

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