Cellulari e tablet. Camomilla generazione 2.0?

Vorrei iniziare questa breve riflessione ricordando (più a me stessa che ad altri) che ogni cosa va affrontata con buon senso. Che significa? Che se da una parte è davvero pessima l’abitudine di affidare alle giovani manine dei bambini telefono e tablet, dall’altra demonizzarli, ignorando che questi ultimi siano strumenti che un domani potranno essere “facilitatori” di apprendimenti, enciclopedie ben fornite o che esistano ottime applicazioni per bambini e ragazzi è altrettanto un “grosso errore”.

Ma. Se è facile parlare degli aspetti positivi dei nuovi strumenti a disposizione dei nostri figli, è molto difficile parlare degli effetti negativi, senza scatenare in noi stessi, quella sensazione di rifiuto viscerale.

Questa riflessione parte dall’osservazione in questi giorni di bambini (anche di un anno e mezzo-due) dentro a passeggini, dentro a centri commerciali, dentro ad una bolla che si chiama telefono o tablet. Li riconosci perchè “stanno buoni”, non si lamentano, sono silenziosi e seguono apparentemente ben volentieri il genitore nelle sue faccende. Sono illuminati dallo schermo, come fossero esposti al lettino solare, e fissano. Fissano costantemente. E il tempo spesso passa, senza che nè loro, nè gli adulti ne abbiano una piena coscienza. L’ho chiamato “effetto camomilla generazione 2.0”. Perchè spesso è “la soluzione” quando il bambino si innervosisce, quando mostra segni di stanchezza, quando si annoia e inizia a scalciare, dimenarsi, lamentarsi. Nel 90 per cento dei casi il bambino guarda video di You Tube.

Questo “effetto camomilla” sembra e ripeto sembra calmare il bambino. In pratica funziona in questo modo. Il bambino ha una “azione emotiva”: il suo mondo interiore vuole esprime qualcosa e dato che il bambino è piccolo e non è in grado di “gestire” questo mondo interiore come l’adulto “usa” gli strumenti che ha a disposizione per comunicare all’esterno: il pianto, la gestualità, la mimica, la voce, il corpo. A questa comunicazione da dentro a fuori si interpone lo schermo e un’iperstimolazione (video, luce, suoni…). Ne consegue che al bisogno dell’organismo di qualcosa (ho fame, ho sonno, sono stanco, ho caldo…) la risposta dell’ambiente è “non ascoltare il tuo mondo interiore, guarda qui”. Ovvero la risposta non è più congrua alla richiesta ma offre un altro stimolo.  I più piccoli, che dovrebbero imparare a regolare le proprie emozioni e a riconoscere i propri bisogni e saperli esprimere, non trovano risposta da un contatto “umano”, dal gesto della madre, dalla parola, dall’abbraccio, dal sonno ecc, ma da uno schermo iperstimolante che mette le basi per quella famosa cosa che si chiama “dipendenza”. Lo schermo blocca la parte emotiva, la congela letteralmente.

Ecco che, partendo da questa riflessione, è importante capire QUANDO dare uno strumento al bambino come il telefono o il tablet e PER QUANTO. E soprattutto continuiamo ad usare il buon vecchio abbraccio per tranquillizzare il nostro bambino.

Figli coraggiosi

la-felicita-per-i-bambini-giocare-allaria-aperta.

Questa settimana ho avuto modo di riflettere molto intorno al tema del “coraggio”. La mia riflessione parte dalla scuola, passa attraverso i genitori, per finire a lanciare uno sguardo sui figli.

La scuola oggi mi spaventa molto. E’ una scuola che lascia aperti in me moltissimi dubbi. Leggendo i programmi didattici, la mission, le proposte si rivolgono in particolare ad elencare una serie di acquisizioni che il bambino dovrebbe raggiungere durante gli anni di frequenza. Questi obiettivi mi sembrano molto centrati sulla performance. Vale a dire: “formeremo i futuri produttori del domani”, bambini che sono visti già oggi come i la prossima generazione di lavoro. E via dunque a programmi di inglese, primo livello, secondo livello, seconda, terza lingua, più ore di informatica, robotica, tecnologie web e chi più ne ha più ne metta. Standard europei, voti definiti al millesimo con un punteggio che non lascia via di scampo.

I genitori. I genitori a volte mi sembrano spaventati. Leggo una mancanza di fiducia nelle istituzioni educative e forse nell’educazione stessa o anche, in se stessi. Basta fermarsi ad ascoltare le loro domande, basta leggere i commenti che si scambiano quotidianamente via chat o gli interventi durante una riunione. Al nido “Cosa mangia? E’ biologico? L’acqua è potabile? Chi è la maestra? Cosa fa? Perchè oggi non c’era? Perchè ha un graffio? E’ stato lasciato solo? Ma voi cosa fate?” Alla scuola dell’infanzia e primaria “Quale sarà il programma?  Hai sentito cosa ha fatto quel bambino all’altro? Perchè non ci informate di più, meglio, in modo diverso? Ma la maestra ha fatto, ha detto, ha portato, ha pensato…?” E così via. Anche se forse questa situazione conosce un’inversione di tendenza alla scuola superiore, quando sono gli adolescenti a tenere fuori la famiglia dalla loro vita.

I bambini? I bambini mi sembrano confusi. Gettati in un ambiente performante che tende a renderli il più possibile uguali. Mi sembrano perspicaci, veloci nell’acquisire nuove competenze, ma insicuri, fragili, paurosi, poco autonomi.

E allora perchè non pensare ad una pedagogia del coraggio? Forse serve una riflessione diversa, di tipo sociale da parte di tutti coloro che si occupano di educazione, scuola e famiglia. Provate ad immaginare il vostro bambino o la vostra bambina in una situazione di difficoltà? Di cosa avrà mai bisogno? Se non della capacità di “cavarsela da solo”, di intuizione, di perspicacia, di quel atteggiamento che ti fa vedere le cose da più angolature, di flessibilità e quindi in un’unica parola, di coraggio. Siamo noi tutti che possiamo creare questa competenza in loro.

Dott.ssa Giovanna Giacomini

PERCHE’ INSEGNARE LA GENTILEZZA AI BAMBINI

solidarieta2

Noi genitori spesso usiamo questa espressione “Fai il bravo”. Ma cosa significa fare il bravo? Con questa frase stiamo chiedendo ai bambini di comportarsi bene ossia di essere gentili. E’ sicuramente molto importante insegnare ai bambini “la bravura” o meglio “la gentilezza”, ma ormai dovremmo saperlo molto bene niente si può chiedere ad un bambino senza prima mostrarlo. Pensiamo ad una situazione molto semplice. Due bambini, due amici o due fratelli, litigano. Il nostro intervento probabilmente è volto ad incoraggiarli ad abbassare i toni, a non discutere, a non prevaricare sull’altro e infine a saper chiedere scusa.

Qualche giorno fa ho letto un articolo che parlava di un Dirigente Scolastico che stanco della situazione denunciava l’uso ormai improprio delle chat dei genitori territorio di guerra più che luogo virtuale di scambio. A questa posizione mi associo più che volentieri. Credo che il mezzo si possa definire un vero e proprio muro dietro al quale le persone agiscono rabbie, paure, pensieri più o meno disfunzionali. Ed è proprio qui a titolo esemplificativo che cade quello che abbiamo dello poco fa ovvero il concetto del dare l’esempio.

Ma torniamo allora alla valenza della gentilezza per la costruzione di una società educata. Oggi dove si gioca costantemente ad un braccio di ferro con chiunque, essere gentili è la rivoluzione.

  • Essere gentile ti rende più forte. Può aiutarti ad ottenere maggiori risultati da te stesso e con gli altri in team.
  • Essere gentile ti fa bene. Chi vive le cose con garbo ha dei tempi più lunghi e meno frenetici prevenendo molto spesso stress e ansia.
  • Essere gentile ti rende vincente. Avete mai provato a litigare con una persona gentile? Getterete presto la spugna.
  • Essere gentile ti rende sicuro. Le persone molto equilibrate e serene hanno un’autostima più alta e migliorano tutte le loro relazioni
  • Essere gentile è l’unico modo per prevenire il bullismo a cui a gran voce vogliamo dire BASTA

Siate gentili. Sparpagliate gentilezza.

Dott.ssa Giovanna Giacomini

Mamma mi prendi in braccio?

prendere-in-braccioSemplice capriccio o reale bisogno?

Chi non è passato attraverso la fase “del braccio”? Si sente dire spesso “vuole sempre la mamma”, “non posso nemmeno andare in bagno da sola”, “la doccia questa sconosciuta, se dura 1 minuto è già tanto!”, “è disperato solo se cambio stanza”, “vuole stare in braccio anche se non è stanco” e ancora, molto spesso “è colpa tua perchè lo assecondi sempre!”, “sono capricci devi saperti imporre!”, “lo fa solo con te” e così via…

Ogni bimbo ha bisogno nella sua crescita di una sana dose di abbracci. E questa sana dose di abbracci è del tutto naturale e fisiologica. Non significa far crescere bambini piagnucolosi e adulti insicuri. Abbiamo spesso l’idea, sbagliata, che abbracciare ci renda meno forti e più vulnerabili. Eppure vediamo proprio l’opposto. E’ ampiamente riconosciuto che un adulto sicuro e ben equilibrato è un adulto che sa esprimere positivamente le proprie emozioni ed è affettivo ed empatico.

Quindi appurato il fatto che toccare un bambino, accarezzarlo, prenderlo in braccio, coccolarlo è più che doveroso. Come comportarsi quando la richiesta del bambino ci sembra spropositata e continua?

Puntare i piedi, allungare le braccia, piagnucolare, possono rappresentare in alcuni momenti di crescita del bambino un bisogno di attenzione, una ricerca di contenimento oppure pigrizia. Sono da bandire espressioni come “ormai sei grande” oppure “ma non ti vergogni, guarda, nessuno degli altri bambini lo fa”.  In generale espressioni di segno negativo sono portatrici di un valore negativo che il bambino può via via interiorizzare, rendendolo ancora più insicuro. Sono da preferire invece frasi che spostino l’attenzione del bambino dalla situazione, che lo incoraggino ad una maggiore autonomia, che siano dei “distrattori” temporanei di segno positivo come “perchè non facciamo una gara di velocità a chi arriva prima a casa?” “proviamo a contare insieme i passi che facciamo? Uno, due….”. Lo scopo principale è distogliere il bambino dal momento difficile attirando la sua attenzione utilizzando principalmente il linguaggio del gioco.

Le emozioni dei bambini – la paura

 

Le emozioni principali sono: la paura, la rabbia, la tristezza e la gioia.

La paura

Vi sono alcune paure tipiche che più o meno tutti gli esseri umani hanno provato durante l’infanzia: paura di cadere, dei rumori forti, dei temporali, dei volti degli sconosciuti, del buio…

Le paure compaiono e scompaiono. Riflettono le tappe della maturazione della psiche del bambino.

A certe età sono normali, diventano problematiche solo se si intensificano eccessivamente e ostacolano il bambino nella sua vita e/o se durano per un tempo molto prolungato

I rumori forti

Un rumore forte ci fa sobbalzare. In un bambino può scatenare un vero e proprio sentimento di panico.
Il rumore è l’espressione di un pericolo potenziale ed è opportuno fuggire. Ma il bambino piccolo che non può fuggire da solo? URLA!

Cosa fare? Far esprimere la paura al bambino attraverso dei giochi
in modo che esprima la sua paura, che affermi il suo “potere” sulla stessa e riduca il timore. Evocare il ricordo del rumore e della paura, finchè ce n’è bisogno, permette di ritrovare il proprio equilibrio, di sentirsi rassicurati!

Paura di dormire e paura del buio

Dormire significa anche allentare il controllo, lasciarsi andare, sognare o avere qualche incubo. Il bambino ha paura che un oggetto si trasformi in un drago? Ha incubi? Sotto il letto ha visto che ci sono dei mostri? O c’è qualcosa affacciato alla finestra.. Il bambino vi chiama, urla, piange..non vuole dormire.. Non è un “capriccio” è l’espressione di un bisogno! Vi sta semplicemente dicendo che ha bisogno della vostra presenza accanto a lui

Cosa fare? Coricatevi per un po’ al suo fianco, gli trasmetterete un senso di sicurezza che lo accompagnerà per tutta la vita.
Al contrario se vi rifiutate di soddisfare una sua richiesta, lo obbligate ad affrontare da solo il buio e cioè il momento in cui “lascia” la mamma e il papà

Imparerà certo ad addormentarsi da solo, ma usando un’energia psichica che di conseguenza non sarà più disponibile per altre acquisizioni.
QUALI SONO LE CONSEGUENZE? Le angosce represse dovute al “senso di abbandono” possono causare ritardi negli apprendimenti

Le fiabe

A cosa servono le fiabe?
La fiaba è un insieme di messaggi che arriva diretto a tutti i bambini, al di là di ogni ragionamento logico. Le fiabe rispettano la
visione poetica delle cose, allontanano gli incubi dell’inconscio, placano le inquietudini, aiutano a superare le insicurezze e i disagi della crescita, insegnano ad accettare le responsabilità e ad affrontare la vita.
I bambini necessitano di fiabe, leggende, gioco e fantasia per misurarsi con se stessi, con il mondo degli adulti e delle sue regole.

Le fiabe tradizionali raccontano quasi sempre di grandi difficoltà e pericoli da superare, di magie buone e cattive, di viaggi straordinari. Spesso riflettono

l’ambiente in cui vissero coloro che le narravano e oggi per qualche bambino potrebbero sembrare troppo lontane dai propri vissuti.
Oggi lasciamo ai bambini la scelta dei loro simboli.
Fiabe moderne, che tuttavia per il bambino contengono i simboli di cui ha bisogno.

Ragni, insetti, cani…

I bambini istintivamente non hanno paura degli
animali e anzi esprimono curiosità anche se accompagnata da prudenza… PERCHE’ INVECE MATURANO UNA PAURA?

Attraversare la paura

  • ACCOGLIERE “Capisco la tua paura”
  • ASCOLTARE “Che cosa ti fa paura?”
  • RACCONTARE “Sai anch’io…” “Ti ricordi quella volta che…”
  • LIBERARE respirare profondamente, cantare insieme, gridare…;

    disegnare; raccontare una storia; giocare

  • SODDISFARE IL BISOGNO DI INFORMAZIONE “guardiamo insieme,

    proviamo ad avvicinarci…”

RITARDATO!

Sono incavolata. Passatemi il termine, peraltro molto “leggero”. Sono incavolata con alcuni e sottolineo alcuni dottori, alcuni insegnanti, alcuni psicologi, alcuni colleghi. Alcuni. Sono incavolata con quelli che dicono “ritardo mentale” a cui fanno seguire un lungo sospiro nel quale troviamo “cosa vuole farci… è così”. Sono incavolata con i misuratori di Qi. Quelli per cui o sei dentro o sei fuori. Quelli che vedono il prodotto e non il processo cognitivo.

Ecco l’ho detto. Che sono incavolata. Perchè ne sento di tutti i colori.

Insegnanti che si lamentano di avere una classe con troppi bambini con problemi e di quanto stavano bene quando l’anno prima avevano quella classe dove erano tutti “normali”.

Gli “psico” i “med” e quanti altri vedono i bambini una volta ogni sei mesi (se va bene), offrono indicazioni a scuola e a famiglia su come “compensare” ma ai quali non sento dire nulla rispetto a “promuovere “, “sollecitare”, “favorire”, “potenziare”.

Una frase che mi ha colpita molto. Incontro scuola-famiglia-servizi-professionista privato (io). La psicologa dei servizi a me “Guarda non vale neanche la pena è un ritardo importante. Cosa vuoi fare.” Cosa vuoi fare?????????? Posso fare tante di quelle cose che nemmeno puoi immaginare! Ecco che torna l’incavolatura. Ma si scriverà incavolatura?

Solo il fatto di prendersi cura di questi bambini, di offrire loro possibilità, strumenti, riflessioni mediate da noi. Solo questo li aiuta ad apprendere e li aiuta a non sentirsi i “diversi”, i “ritardati”.

Io sono per una pedagogia della modificabilità e per l’ educazione cognitiva. E contro le etichette.

PARLARE AD UN FIGLIO

Qualche tempo fa una cara amica mi chiede di aprire la sua conferenza dal titolo “L’ascolto attivo”. E’ a questo proposito che, rispondendo con piacere alla sua proposta, inizio di nuovo a pensare alle diverse forme di comunicazione e alle difficoltà di molti genitori e figli legate alla comunicazione. Nasce così la mia introduzione all’argomento come momento di riflessione anche professionale. A partire da una domanda: Perché è importante saper comunicare?

Perché moltissime delle difficoltà di fronte alle quali si trovano genitori, insegnanti, educatori, bambini e ragazzi, coppie ruotano intorno al concetto di “buona” o “cattiva” comunicazione? Mi viene in mente M. 10 anni che non riesce a guardare la madre mentre parla. Si gira dall’altra parte mostrandole le spalle e parla in un punto nel vuoto. Oppure penso a R. . Fatico a ricordare la sua voce perché è la mamma che parla di R. che racconta quello che pensa, cosa ha fatto, come sta.

Il termine comunicare è collegato alla parola comune, che deriva dal latino comunicare (ovvero condividere), che è a sua volta correlato alla parola latina communis (comune). La comunicazione è sì uno scambio tra individui che consente di trasmettere il sapere da generazione in generazione divenendo in questo modo veicolo culturale, ma è soprattutto mettersi in relazione con l’altro, condividere.

Da ciò ne deriva che una buona comunicazione è importante fin dalla nascita.  Il bambino, per il suo sviluppo sano, ha bisogno di vivere quotidianamente situazioni comunicative che siano stimolanti, gratificanti e soprattutto chiare. Lo sguardo della madre che osserva silenziosa il bambino che si esprime nel pianto senza offrirne immediata soluzione è la primissima forma di comunicazione a due vie (studi sul linguaggio e sulla prevenzione dei disturbi del linguaggio)

Spesso quando si pensa alla parola comunicare si pensa al “dire” qualcosa. Ma nella comunicazione ci sono due vie: il dire e l’ascoltare. Da un punto di vista educativo un buon intervento comunicativo si fonda non tanto sul detto ma bensì sull’ascolto. L’ascolto è fondamentale per divenire individui capaci di apprendere informazioni ed emettere messaggi appropriati alle situazioni. All’interno dello spazio del silenzio e dell’ascolto l’altro (il compagno, l’amico, il bambino…) si sente sostenuto.  E’ in quello spazio, uno spazio “permesso”, un tempo di attesa che l’altro può riconoscersi come soggetto. Ed è da qui che si origina l’autostima.

Ne consegue dopo questo “intervallo teorico” che un genitore in primis per imparare a parlare ad un figlio deve imparare a saper ascoltare un figlio. E che per ascoltare prima di tutto bisogna saper tacere se stessi e i propri bisogni per mettersi a servizio dell’altro. Non c’è una risposta giusta. Il silenzio è lo spazio delle molte risposte.