Tè, biscotti e riabilitazione

Da qualche tempo ormai ho iniziato a fare riabilitazione con un’attenzione particolare alla persona. Con il tempo, parlando con genitori, bambini e ragazzi reduci da percorsi riabilitativi in questa o quella struttura, ho iniziato a porre attenzione agli aspetti che rimanevano ben impressi nella mente di chi queste strutture le aveva frequentate. E qui ve le riporto.

“Dottoressa, praticamente abbiamo passato più ore in sala d’attesa che nello studio del dottor…”, “L’incontro dura circa 45 minuti ma arrivano sempre telefonate e non facciamo in tempo a fare molte cose”, “Non mi chiedeva mai come stavo”, “Mi sembra di stare a scuola a fare i compiti”, “Mi annoio”, “E’ brutto e vecchio”, “Usciva per fumare”, “Piange sempre perchè deve stare seduta al tavolo tutto il tempo”…ecc…

E sto parlando di esperienze diverse. Ma spesso accomunate da questo sentimento di dispiacere, noia, disgusto, sofferenza in alcuni casi. Io, d’altro canto, come professionista privata, avevo già ritenuto importante creare la giusta accoglienza nello studio professionale dove opero, con una particolare attenzione agli ambienti. Una saletta d’attesa accogliente, con giochi, riviste e libri. Tempi più lunghi per l’intervento. 60 minuti che spesso diventano molti di più.Se non altro era il giusto servizio da offrire a chi “investiva” il suo denaro nel mio lavoro.

Ma soprattutto la mia attenzione andava alla relazione, il primo ed indispensabile strumento di lavoro. A costo di sentire da qualche genitore la frase. “Ma quando inizierà mio figlio a fare qualcosa?” (Come se conoscersi, aprirsi, entrare in relazione, giocare, comunicare, e quindi, acquisire maggiore sicurezza e autostima, siano un “non fare”).

Ma è dopo aver ascoltato con attenzione le persone che hanno gravitato intorno al mio studio che ho concretizzato ancor meglio la mia idea. Così l’incontro di rieducazione è di tipo assolutamente pedagogico. E’ un incontro tra un professionista (io) e una persona davanti ad un tè con i biscotti. E da quel momento lavoriamo così. I ragazzi vengono volentieri, si raccontano, si sentono a loro agio, e ce la mettono tutta, trovando una nuova motivazione ad apprendere.

Ogni tazza di tè rappresenta un viaggio immaginario.

Catherine Douzel

Disgrafia, un problema di organizzazione percettivo-motoria

Nella mia esperienza con  bambini che manifestano difficoltà grafo-percettive e grafo-motorie ho potuto osservare che il bambino vive un senso di disagio e frustrazione di fronte al “compito” scrittura. Questo perchè i metodi convenzionali e la scuola, spesso (non sempre) offrono esercizi il più delle volte basati sulla ripetizione all’infinito di forme e microforme, ma privi di alcun significato per il bambino. Mi sono sempre chiesta cosa pensa il bambino in quel momento “noia, noia, noia, noia, male, male, male, male, uffa, uffa, uffa, non sono capace, non sono capace, non sono capace….” . Forse io penserei questo, se fossi quel bambino.

Eppure disegnare, scrivere è l’attività per eccellenza dei bambini. E anche di noi “grandi”. Non è forse vero che quasi senza motivo amiamo scarabocchiare cerchietti, fiori, barrette e quanto altro ancora , che ci piace lasciare un nostro pensiero, fare luce sui nostri pensieri, organizzare le idee. Il bambino ama disegnare e scrivere, ma questa sua abilità va LIBERATA affinchè si possa manifestare in tutta la sua pienezza.

L’apprendimento della lettura-scrittura è un atto volontario che esige il perfezionamento di più sistemi funzionali ed una reale integrazione cognitiva del linguaggio parlato. L’atto di scrivere è una prassi costruttiva complessa, che esige un’ottima organizzazione percettivo-motoria e di movimenti.

Spesso bambini con difficoltà nella lettura incontrano anche delle difficoltà nel modo di scrivere la parola.Oggi, la maggior parte degli Autori, considera le alterazioni della scrittura dipendenti da diversi elementi: fattori motori e percettivi.

I disturbi grafo-motori si sviluppano con modalità e stile personali: non esiste una disgrafia standard, ma molti tipi di disgrafici. La disgrafia quindi, non è una realtà unica, ed anche quando ci si imbatte in caratteristiche comuni, si riscontrano differenze che è difficile valutare al di fuori della storia del soggetto, del modo con cui si sono evoluti in lui i processi maturativi e di apprendimento, le relazioni affettive e sociali.

E’ importante quindi partire dal bambino, da quel bambino, conoscere i sui gusti e offrirgli delle esperienze motorie gratificanti che lo possano liberare dagli impacci che ne limitano il piacere di accedere al mondo della scrittura.

Le polemiche intorno ai DSA

Ho letto delle molte polemiche intorno alla questione DSA. Sto partecipando ad un Master sui DSA a Milano e anche in quella sede se n’è parlato molto e con grande intensità. Oggi ho letto la “Precisazione a proposito di polemiche su DSA e AHDH” (cito) del prof Israel all’interno del suo blog.

Mi sembra importante in un dibattito, qualunque argomento esso tratti, ascoltare tutte i punti di vista e le argomentazioni, accogliere i chiarimenti e le motivazioni. E quindi io partirò da qui. Arrivando ultima, con il mio piccolo ed esiguo punto di vista. Ma lo scopo del mio blog non è la propanga, anzi, è volutamente silenzioso, aperto ad una dimensione privata, quella dello scambio di esperienze e di idee con ragazzi, genitori, insegnati e chiunque altro lo trovi un terreno interessante.

Il prof Israel racconta di una definizione, quella di DSA, scientificamente inconsistente (cito). Io credo che una certa consistenza ci sia, visto che se ne parla. Se poi diciamo che non c’è una uniformità di vedute e quindi poca chiarezza in merito (quindi scientificità) anche questo è vero. Ad oggi esistono diverse scuole di pensiero, anche molto diverse tra loro. Se c’è una cosa che ho capito frequentando seminari e master è che tra gli stessi professionisti ed esperti ci sono posizioni e contrasti in atto, anche tra chi è “dalla stessa parte”. La prima cosa a cui penso quindi quando leggo l’articolo del prof Israel è: “a quali esperti fa riferimento? conosce tutte le scuole di pensiero o si riferisce alle affermazioni più largamente diffuse?”. Perchè se (cito) l’affermazione di DSA è scientificamente inconsistente allora quelle affermazioni a cui si riferisce sono il risultato di una sola visione del chiamiamolo problema e non una sintesi personale frutto dell’analisi di tutte le argomentazioni sul tema”.

Io sono una giovane professionista, con probabilmente una esperienza limitata e ancora, sempre, in formazione. Ho creato questo blog con la sola volontà di parlare, di raccontare esperienze e vissuti, insomma, dire la mia. Quello che faccio è non fermarmi a una definizione, ma raccontare una vita, che è molto altro.

Gli insegnanti possono migliorare? Certo. Anche grazie al fatto che si parli tanto di loro in tutti questi dibattiti. Tutto ciò li costringe a tenersi aggiornati e le critiche dure che a volte arrivano all’insegnamento più o meno fondate costringono a rimettersi in discussione, che non fa mai male.

I genitori possono migliorare? Certo. Perchè non vivano gli insuccessi dei figli con amarezza, o come propri insuccessi, ma che trovino la forza di separarsi dai propri figli, sostenendoli nelle battaglie della loro vita.

I bambini possono migliorare? Certo. Prima di tutto escludendoli dai grandi dibattiti dei grandi. Offrendolo loro, se hanno delle difficoltà, strumenti “correttivi”, ma soprattutto insegnandogli l’amore per le cose, e dando loro coraggio, forza, stima in se stessi. In fondo un paio di lenti aiuta a vedere meglio il mondo. E anche se a un bambino viene riconosciuta una difficoltà e vengono dati questi speciali occhiali (diagnosi DSA e strumenti compensativi) non dovrà poi comunque andare a scuola, amare Pitagora o Dante?

Il brutto delle polemiche è questo. Chissà perchè una posizione ne deve sempre escludere un’altra… Mah…

E tornando al mondo dei bambini. Tutto questo me lo ricorda molto. Quando insegnavo e non capivo perchè i bambini non riuscivano a cooperare…………

Prevenzione e scuola dell’infanzia

La scuola dell’infanzia rappresenta il luogo elettivo per cogliere le modalità di espressione delle difficoltà di apprendimento; il terreno più fecondo per la prevenzione e la progettazione di interventi educativi e didattici strettamente legati alle specifiche problematiche individuali.

L’utilizzo di uno strumento informativo rappresenta il primo contatto formativo per i genitori e per chi lavora quotidianamente nella scuola dell’infanzia.

Nella scuola elementare  il bambino si avvia al processo di apprendimento della letto-scrittura, è quindi importante individuare prima i processi che caratterizzano queste acquisizioni e le problematiche ad esse inerenti, quali: disgrafia, disortografia, dislessia, discalculia…

Genitori e insegnanti, grazie alla relazione quotidiana con i bambini, sono in una posizione privilegiata per poterli osservare, sia perché li conoscono, sia perché non sono portati ad alterare il loro comportamento normale e spontaneo. Continua a leggere

DSA e postura

Ho osservato spesso in bambini e ragazzi che hanno disturbi nell’apprendimento impacci motori, maldestrezza, scarso equilibrio, una cattiva distribuzione del tono muscolare. Con la conseguenza che spesso la postura è scorretta, non solo “in piedi”, ma anche “sul banco” quando devono affrontare un compito. Distesi, appoggiati sulla mano, con la matita che cade spesso o irrequieti, mai seduti, protesi, agitati.

Alla nascita il bambino non ha un controllo dei movimenti volontari. I riflessi forniscono una risposta stereotipata a precisi stimoli nelle prime settimane ma sono presto trasformati in abilità motorie più sofisticate. Così come il bambino comincia a crescere e a maturare durante la prima settimana di vita, anche il Sistema Nervoso Centrale inizia a maturare.

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Sviluppo cognitivo e scuola dell’infanzia

Gli apprendimenti di lettura, scrittura e calcolo, pongono i bambini all’inizio della scolarizzazione primaria nella necessità di possedere particolari condizioni di base che sono i prerequisiti. Quanto detto quindi ci fa riflette sull’importanza che riveste la scuola dell’infanzia, sulle attività che vanno proposte ai bambini e quelle che invece non servono a molto. Dopo questa lettura, se ancora ne avrete voglia, troverete delle domande.

Le funzioni psicomotorie e le funzioni cognitive corrispondono a due insiemi funzionali differenti. Lo sviluppo delle funzioni psicomotorie è fondamentale per l’educazione cognitiva del soggetto. e questo è il primo dato certo, sul quale dovremmo essere tutti d’accordo. Ma qui già potremmo inserire una domanda ai genitori e agli insegnati della scuola dell’infanzia. Quante ore trascorrono i bambini in palestra, all’aperto, in spazi non strutturati e quante sui banchi sopra a schede o libretti? Perchè se è vero (ed è la scienza a dircelo) che lo sviluppo delle funzioni psicomotorie viene prima dell’educazione cognitiva, cosa succede se le prime non sono ancora ben sviluppate quando andiamo a stimolare le seconde?

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