La mia risposta a Tata Lucia che risponde ai pediatri che l’hanno criticata

la Dott.ssa Giovanna Giacomini, pedagogista risponde a Tata Lucia che risponde ai pediatri:


1- I pediatri se la prendono con i suoi metodi, in particolare quello basato sull’estinzione graduale del pianto. Come risponde?
TATA LUCIA: Il bambino va allenato a certi comportamenti e il primo allenamento è quello di farlo sentire sereno, sicuro di sé e padrone della propria vita.
IO: Da pedagogista mi sfugge il concetto di “allenamento” a “certi comportamenti” Da dizionario “allenare significa rendere adeguato a determinate prove mediante l’esercizio”: non penso che esistano bambini “adeguati” e “non adeguati”. L’esercizio poi è un concetto ormai superato. Da un punto di vista pedagogico il bambino non va esercitato/addestrato/ammaestrato. Siamo nella preistoria della pedagogia.


2- L’accusano di mettere a repentaglio la fiducia dei piccoli negli adulti e quindi in se stessi…
TATA LUCIA: Non è così, tra l’altro il montaggio televisivo non dà conto del grande lavoro che viene svolto 24 ore su 24 per un’intera settimana.
IO: “un lavoro che dura BEN una settimana”. La prima cosa che spieghiamo ai genitori noi pedagogisti è che non possiamo fornire nè un vademecum valido per tutti nè tantomeno possiamo dare conto di un “tempo”(due incontri, una settimana, un mese….ecc..). Ogni situazione è a sè e il TEMPO è affare televisivo non certo intrinseco dell’intervento educativo in famiglia.


3- Ha mai verificato se, in seguito ai suoi interventi, i bambini hanno riportato danni psicologici di qualche tipo?
TATA LUCIA: Ovviamente ancora non possiamo sapere se questi bambini saranno degli adulti complessati perché li abbiamo fatti piangere troppo. Ma ricordo un neuropsichiatra, non italiano, che diceva sempre di aver curato moltissimi bambini che avevano dormito nel letto dei genitori ma nessuno che avesse dormito in camera sua. Per carità, ci sono anche illustri pischiatri che si sono tenuti i figli nel letto fino ai 18 anni ma io, nella mia pochezza, sono di un’altra idea.
IO: Non credo fosse in discussione il buonsenso di accompagnare i genitori nel processo di separazione e autonomia del bambino sul quale come pedagogista mi trovo d’accordo. Il punto è che questo delicato momento va affrontato con la massima delicatezza, rispettando i diversi tempi di ognuno, del bambino e del genitore, offrendo non fretta ma sostegno. E soprattutto lontano dalle telecamere televisive.


4- E non pensa che la presenza delle telecamere nella stanza di un bimbo possa invece provocare turbamento?
TATA LUCIA: I bambini sono quelli che si abituano per primi e che non ci fanno più caso. Tra l’altro i nostri operatori vanno nelle case già due giorni prima che io arrivi. Non accade nulla di traumatico, anzi.
IO: Ecco, magari proviamo a chiedere a quei bambini quando saranno adolescenti e ragazzi quanto felici saranno di rivedersi costantemente in quelle scene, confrontarsi con i propri coetanei alla luce di ciò. Chiediamogli cosa ne penseranno dei propri genitori e della scelta di aver gettato al pubblico dominio la loro fragilità. Noi siamo adulti: vogliamo “sbattere in tv” il nostro dolore/pianto/fragilità ecc… liberi di farlo. Ma i bambini che scelta hanno?????????

Di seguito i link:

http://www.corriere.it/salute/pediatria/13_settembre_25/garante-spadafora-tata-lucia_3a9b419e-25e5-11e3-baac-128ffcce9856.shtml

http://news.panorama.it/cronaca/tata-lucia-pediatri

 

 

Le emozioni dei bambini – la paura

 

Le emozioni principali sono: la paura, la rabbia, la tristezza e la gioia.

La paura

Vi sono alcune paure tipiche che più o meno tutti gli esseri umani hanno provato durante l’infanzia: paura di cadere, dei rumori forti, dei temporali, dei volti degli sconosciuti, del buio…

Le paure compaiono e scompaiono. Riflettono le tappe della maturazione della psiche del bambino.

A certe età sono normali, diventano problematiche solo se si intensificano eccessivamente e ostacolano il bambino nella sua vita e/o se durano per un tempo molto prolungato

I rumori forti

Un rumore forte ci fa sobbalzare. In un bambino può scatenare un vero e proprio sentimento di panico.
Il rumore è l’espressione di un pericolo potenziale ed è opportuno fuggire. Ma il bambino piccolo che non può fuggire da solo? URLA!

Cosa fare? Far esprimere la paura al bambino attraverso dei giochi
in modo che esprima la sua paura, che affermi il suo “potere” sulla stessa e riduca il timore. Evocare il ricordo del rumore e della paura, finchè ce n’è bisogno, permette di ritrovare il proprio equilibrio, di sentirsi rassicurati!

Paura di dormire e paura del buio

Dormire significa anche allentare il controllo, lasciarsi andare, sognare o avere qualche incubo. Il bambino ha paura che un oggetto si trasformi in un drago? Ha incubi? Sotto il letto ha visto che ci sono dei mostri? O c’è qualcosa affacciato alla finestra.. Il bambino vi chiama, urla, piange..non vuole dormire.. Non è un “capriccio” è l’espressione di un bisogno! Vi sta semplicemente dicendo che ha bisogno della vostra presenza accanto a lui

Cosa fare? Coricatevi per un po’ al suo fianco, gli trasmetterete un senso di sicurezza che lo accompagnerà per tutta la vita.
Al contrario se vi rifiutate di soddisfare una sua richiesta, lo obbligate ad affrontare da solo il buio e cioè il momento in cui “lascia” la mamma e il papà

Imparerà certo ad addormentarsi da solo, ma usando un’energia psichica che di conseguenza non sarà più disponibile per altre acquisizioni.
QUALI SONO LE CONSEGUENZE? Le angosce represse dovute al “senso di abbandono” possono causare ritardi negli apprendimenti

Le fiabe

A cosa servono le fiabe?
La fiaba è un insieme di messaggi che arriva diretto a tutti i bambini, al di là di ogni ragionamento logico. Le fiabe rispettano la
visione poetica delle cose, allontanano gli incubi dell’inconscio, placano le inquietudini, aiutano a superare le insicurezze e i disagi della crescita, insegnano ad accettare le responsabilità e ad affrontare la vita.
I bambini necessitano di fiabe, leggende, gioco e fantasia per misurarsi con se stessi, con il mondo degli adulti e delle sue regole.

Le fiabe tradizionali raccontano quasi sempre di grandi difficoltà e pericoli da superare, di magie buone e cattive, di viaggi straordinari. Spesso riflettono

l’ambiente in cui vissero coloro che le narravano e oggi per qualche bambino potrebbero sembrare troppo lontane dai propri vissuti.
Oggi lasciamo ai bambini la scelta dei loro simboli.
Fiabe moderne, che tuttavia per il bambino contengono i simboli di cui ha bisogno.

Ragni, insetti, cani…

I bambini istintivamente non hanno paura degli
animali e anzi esprimono curiosità anche se accompagnata da prudenza… PERCHE’ INVECE MATURANO UNA PAURA?

Attraversare la paura

  • ACCOGLIERE “Capisco la tua paura”
  • ASCOLTARE “Che cosa ti fa paura?”
  • RACCONTARE “Sai anch’io…” “Ti ricordi quella volta che…”
  • LIBERARE respirare profondamente, cantare insieme, gridare…;

    disegnare; raccontare una storia; giocare

  • SODDISFARE IL BISOGNO DI INFORMAZIONE “guardiamo insieme,

    proviamo ad avvicinarci…”

DSA: VERSO LA PILLOLA?

Dopo la recente legge sui DSA e l’accordo Stato-regioni, ogni regione fa propria la legge e ne stabilisce i termini di attuazione.

Come ogni legge e i suoi contenuti anche la legge sui Disturbi degli apprendimenti è fortemente condizionata da chi la fa.

Intendiamoci, sono favorevole. Favorevole al fatto che la scuola debba riconoscere le difficoltà di un bambino e predisporre adeguati piani didattici ed educativi individualizzati e attenti al rispetto delle caratteristiche peculiari dell’alunno. Che gli insegnanti debbano essere formati rispetto a tutto quello che oggi si sa sui processi di apprendimento e sulle relative difficoltà. Favorevole al fatto che ai bambini e ai ragazzi siano dati maggiori strumenti per imparare.

Non favorevole all’etichetta di “malato”. Non favorevole alla diversità contro l’integrazione scolastica. Non favorevole al dispensare senza adeguatamente stimolare in altro senso. Leggo “i bambini affetti da DSA…” e ancora “il trattamento del disturbo…”. Chiarisco i termini. Guardo nel vocabolario “affetto significa toccato, colpito da qlco. che produce un’alterazione fisica, una malattia”. Una malattia. Spalanco gli occhi.

Io sono prima di tutto una pedagogista. Mi occupo da anni di apprendimento. Conosco i disturbi dell’apprendimento e mi sono specializzata in tal senso. Nella lingua italiana disturbo significa “Intralcio al normale svolgimento di qlco.; turbamento di un ordine, di una condizione di quiete”. Mi piace la definizione che il vocabolario dà di disturbo a proposito delle telecomunicazioni “ciò che impedisce la normale ricezione dei segnali”. Perchè i bambini e i ragazzi con DSA sono dei geniali strumenti che però purtroppo hanno un funzionamento che impedisce la fluida ricezione dei segnali. C’è un disturbo, nel senso che qualcosa disturba il normale apprendimento. Non sono affetti da DSA. Sono CON DSA.

Sembrano solo parole. Eppure queste parole fanno la differenza. Per chi intorno ai DSA costruisce un mondo (libri, software e quanto altro), per chi scrive “l’equipe multidisciplinare che si occupa di DSA è formata da neuropsichiatri, psicologi, logopedisti eventualmente integrata da altri professionisti sanitari”. E si demanda anche questo fatto alla sanità, peraltro già piuttosto oberata, dimenticando completamente la pratica educativa.

E i bambini? Gli “affetti”? Loro sono quelli che portano a scuola una diagnosi, che sono “certificati” timbrati e bollati. E così si ottiene che la scuola sia costretta a prendersene cura.

Perchè, scusate, senza la diagnosi non si potevano aiutare? Non si potevano creare per loro interventi didattici personalizzati, offrire loro schemi, insegnare a fare delle mappe concettuali, dare un po’ meno compiti? E tutti gli altri? Quelli che non soddisfano i “criteri di DSA”? Magari hanno una “semplice” difficoltà. Cosa facciamo? Non possiamo dispensarsi da alcuni compiti per casa perchè sprovvisti di certificato di garanzia????? Ma dai!!!!

La pedagogia è la scienza dell’educazione che si occupa della riflessione critica e della progettazione della pratica educativa ivi compreso l’apprendimento. Questo mio articolo vuol essere una riflessione, ma anche una critica. 🙂

 

 

Chi è il pedagogista? Riprendiamoci il nostro spazio professionale

Dopo 5 anni di attività professionale devo dire che non è facile far conoscere la figura professionale del pedagogista. Eppure il pedagogista è una figura che ha radici lontane nel tempo. Ecco una lista di falsi miti:

– il pedagogista è un maestro

– il pedagogista lavora esclusivamente con i bambini

– il pedagogista è l’educatore professionale

– il pedagogista è presentato da molti pediatri, medici, dirigenti scolastici ecc come lo “psicologo”, “tanto per capirsi” ….

– la consulenza educativa, la riabiltazione degli apprendimenti, la supervisione scolastica, la formazione degli adulti e molti altri ambiti vengono assegnati allo psicologo e NON al pedagogista

– la fattura emessa dal pedagogista si può scaricare? E’ una professione medico sanitaria?

Cerchiamo di fare un po’ di chiarezza.

“La pedagogia è: una scienza empirica, eidetica, teorica. Il professionista è il pedagogista.
Il pedagogista è un professionista esperto dei processi educativi e formativi egli studia il comportamento dell’uomo e le sue problematiche quotidiane. I suoi destinatari sono le persone per tutto il ciclo della vita (bambini, adolescenti, giovani, adulti, anziani).
Il pedagogista è dotato di una formazione multidisciplinare, che solitamente comprende la pedagogia stessa, la psicologia, filosofia, la sociologia, l’ antropologia. Questo gli permette di avere una fotografia completa sulla persona.

Il pedagogista è un professionista, specialista, dirigente, coordinatore, in possesso di laurea in scienze della formazione e dell’educazione (DL) (vecchio ordinamento) o di laurea specialistica (LS), o di laurea magistrale (LM) quinquennale o 3+2. La sua figura differisce dall’educatore professionale in possesso di laurea triennale.

Il pedagogista clinico è un pedagogista e “clinico” è un aggettivo insieme alla professione di pedagogista che ne indica la specifica area di specializzazione.

Il pedagogista esercita la sua azione in agenzie educative, in strutture pubbliche e private che si occupano, dall’infanzia all’età adulta, di persone con profondi bisogni specifici.

L’esercizio della professione comprende l’uso di strumenti conoscitivi, metodologici e di intervento per la prevenzione, la valutazione e il trattamento dei disagi manifestati dalle persone.”

Riprendiamoci il nostro spazio professionale.  Perchè il pedagogista e l’intervento pedagogico possono vantare una preparazione multidimensionale, olistica che permette di osservare la persona come una e unica e di intervenire con una molteplicità di strumenti.

 

 

Tè, biscotti e riabilitazione

Da qualche tempo ormai ho iniziato a fare riabilitazione con un’attenzione particolare alla persona. Con il tempo, parlando con genitori, bambini e ragazzi reduci da percorsi riabilitativi in questa o quella struttura, ho iniziato a porre attenzione agli aspetti che rimanevano ben impressi nella mente di chi queste strutture le aveva frequentate. E qui ve le riporto.

“Dottoressa, praticamente abbiamo passato più ore in sala d’attesa che nello studio del dottor…”, “L’incontro dura circa 45 minuti ma arrivano sempre telefonate e non facciamo in tempo a fare molte cose”, “Non mi chiedeva mai come stavo”, “Mi sembra di stare a scuola a fare i compiti”, “Mi annoio”, “E’ brutto e vecchio”, “Usciva per fumare”, “Piange sempre perchè deve stare seduta al tavolo tutto il tempo”…ecc…

E sto parlando di esperienze diverse. Ma spesso accomunate da questo sentimento di dispiacere, noia, disgusto, sofferenza in alcuni casi. Io, d’altro canto, come professionista privata, avevo già ritenuto importante creare la giusta accoglienza nello studio professionale dove opero, con una particolare attenzione agli ambienti. Una saletta d’attesa accogliente, con giochi, riviste e libri. Tempi più lunghi per l’intervento. 60 minuti che spesso diventano molti di più.Se non altro era il giusto servizio da offrire a chi “investiva” il suo denaro nel mio lavoro.

Ma soprattutto la mia attenzione andava alla relazione, il primo ed indispensabile strumento di lavoro. A costo di sentire da qualche genitore la frase. “Ma quando inizierà mio figlio a fare qualcosa?” (Come se conoscersi, aprirsi, entrare in relazione, giocare, comunicare, e quindi, acquisire maggiore sicurezza e autostima, siano un “non fare”).

Ma è dopo aver ascoltato con attenzione le persone che hanno gravitato intorno al mio studio che ho concretizzato ancor meglio la mia idea. Così l’incontro di rieducazione è di tipo assolutamente pedagogico. E’ un incontro tra un professionista (io) e una persona davanti ad un tè con i biscotti. E da quel momento lavoriamo così. I ragazzi vengono volentieri, si raccontano, si sentono a loro agio, e ce la mettono tutta, trovando una nuova motivazione ad apprendere.

Ogni tazza di tè rappresenta un viaggio immaginario.

Catherine Douzel

Facciamo più biscotti

Prima della chiusura del lavoro per il periodo natalizio (evviva!) ho incontrato i genitori dei bambini per fare il punto della situazione,  come faccio periodicamente. Mi preoccupava in particolare la situazione di M., un bambino dell’ultimo anno della scuola primaria, vistosamente provato dall’enorme carico scolastico e non solo, evidentemente in uno stato di malessere.

M. negli ultimi tempi arrivava sempre più demotivato. Spalle basse, trascinava i piedi, lamentava spesso forti dolori alla pancia. Il tono di voce era spesso debole e anche i giochi per lui erano un peso. Si sentiva sempre stanco, assonnato, senza forze. Per i genitori e la scuola era un po’ pigro, svogliato. “Ci mette un sacco di tempo a fare i compiti, vuole sempre che io sia vicina a lui, ma quando cerco di spiegargli qualcosa, sbuffa, si lamenta, alza le spalle, si distrae e se ne va, a volte facendomi arrabbiare molto”. – dice la mamma – “Io sono lì per aiutarlo tutti i pomeriggi e lui mi risponde male o si alza”.

Vedo che M. quando si sente sotto pressione inizia a muovere i piedi. Toglie le scarpe, le muove continuamente, si strofina di continuo gli occhi, mettendo e togliendo gli occhiali. Guarda quasi sempre a terra, risponde con frasi tipo: “Bo, Non lo so, Ho sonno, Voglio andare a casa”. Quando si affronta la sua difficoltà, quando emerge nel gioco proposto, sta male. Gli viene da piangere, ma cerca quasi di trattenere le lacrime. E alla domanda “Come stai?” Risponde negando “Bene”.

M. non si sente accettato. Dalla sua famiglia in primis. Pensa di “non essere il figlio che volevano”, di “non essere abbastanza bravo”. Addirittura fantastica su una mamma cattiva di cui lui è la vittima, che lo picchia e lo accusa e che lui vorrebbe “spedire lontano”. Di essere l’unico figlio e non, come invece è nella realtà, il secondogenito, con un fratello grande, ormai adulto che lui vede come un secondo padre, che lo rimprovera di essere pigro e viziato.

E allora come fare? Questo bambino sta solo chiedendo una famiglia che lo accolga, così com’è. E allora spieghiamo alla scuola che in questo momento per questo bambino è importante stare con la propria famiglia. Imparare a separare il tempo del bambino dal tempo dello scolaro. Chiedere “tempo”. Perché M. è un bambino intelligente, ma in questo momento manifesta tutta la sua difficoltà proprio nel suo compito/dovere di scolaro.

E allora facciamo più biscotti! Il tempo a casa deve essere il tempo della famiglia: con tavole imbandite, giochi di società, addobbi e colori. Soprattutto a Natale. Come deve essere per qualsiasi bambino. Perché se la mamma fa l’insegnante, il papà l’assente e il fratello il padre, un bambino non potrà che essere confuso… e si sentirà solo. Proprio come M.